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Recently in Performances

Eine florentinische Tragödie and I pagliacci in Monte-Carlo

An evening of strange-bedfellow one-acts in high-concept stagings, mindbogglingly delightful.

Carmen, Pacific Symphony

On February 19, 2015, Pacific Symphony presented its annual performance of a semi-staged opera. This year’s presentation at the Segerstrom Center for the Arts in Costa Mesa, California, featured Georges Bizet’s Carmen. Director Dean Anthony used the front of the stage and a few solid set pieces by Scenic Designer Matt Scarpino to depict the opera’s various scenes.

The Mastersingers of Nuremberg, ENO

Although the English National Opera has been decidedly sparing with its Wagner for quite some time now, its recent track record, leaving aside a disastrous Ring, has perhaps been better than that at Covent Garden.

San Diego Opera presents an excellent Don Giovanni

On Friday February 20, 2015, San Diego Opera presented Mozart’s Don Giovanni in a production by Nicholas Muni originally seen at Cincinnati Opera.

Tosca at Chicago Lyric

In a production first seen in Houston several years ago, and now revised by its director John Caird, Puccini’s Tosca has returned to Lyric Opera of Chicago with two casts, partially different, scheduled into March of the present season.

Henri Dutilleux: Correspondances

Henri Dutilleux’s music has its devotees. I am yet to join their ranks, but had no reason to think this was not an admirable performance of his song-cycle Correspondances.

LA Opera Revives The Ghosts of Versailles

In 1980, the Metropolitan Opera commissioned composer John Corigliano to write an opera celebrating the company’s one-hundredth anniversary. It was to be ready in 1983.

La Traviata, ENO

English National Opera’s revival of Peter Konwitschny’s production of Verdi’s La Traviata had many elements in common with the production’s original outing in 2013 (The production was a co-production with Opera Graz, where it had debuted in 2011).

Idomeneo in Lyon

You might believe you could go to an opera and take in what you see at face value. But if you did that just now in Lyon you would have had no idea what was going on.

Der fliegende Holländer, Royal Opera

I wonder whether we need a new way of thinking — and talking — about operatic ‘revivals’. Perhaps the term is more meaningful when it comes to works that have been dead and buried for years, before being rediscovered by subsequent generations.

Iphigénie en Tauride in Geneva

Hopefully this brilliant new production of Iphigénie en Tauride from the Grand Théâtre de Genève will find its way to the new world now that Gluck’s masterpiece has been introduced to American audiences.

Tristan et Isolde in Toulouse

Tristan first appeared on the stage of the Théâtre du Capitole in 1928, sung in French, the same language that served its 1942 production even with Wehrmacht tanks parked in front of the opera house.

Arizona Opera presents Tchaikovsky’s Eugene Onegin

Arizona Opera presented Eugene Onegin during and 1999-2000 season and again on February 1 of this year as part of the 2014-2015 season. In this country Onegin is not a crowd pleaser like La Bohème or Carmen, but its story is believable and its music melodic and memorable. Just hum the beginning of the “Polonaise” and your friends will know the music, if not where it comes from.

Ernst Krenek: Reisebuch aus den österreichischen Alpen, Florian Boesch, Wigmore Hall

Florian Boesch and Roger Vignoles at the Wigmore Hall in Ernst Krenek’s Reisebuch aus den österreichischen Alpen. Matthias Goerne has called Hanns Eisler’s Hollywooder Liederbuch the Winterreise of the 20th century. Boesch and Vignoles showed how Krenek’s Reisebuch is a journey of discovery into identity at an era of extreme social change. It is a parable, indeed, of modern times.

Anna Bolena at Lyric Opera of Chicago

Lyric Opera of Chicago’s new Anna Bolena, a production shared with Minnesota Opera, features a distinguished cast including several notable premieres.

San Diego Celebrates 50th Year with La Bohème

On Tuesday January 27, 2015, San Diego Opera presented Giacomo Puccini's La Boheme. It is the opera with which the company opened in 1965 and a work that the company has faithfully performed every five years since then.

English Pocket Opera Company: Verdi’s Macbeth

Last year we tracked Orfeo on his desperate search for his lost Euridice, through the labyrinths and studio spaces of Central St Martin’s; this year we were plunged into Macbeth’s tragic pursuit of power in the bare blackness of the CSM’s Platform Theatre.

Béla Bartók: Duke Bluebeard’s Castle

Béla Bartók’s only opera, Duke Bluebeard’s Castle, composed in 1911 and based upon a libretto by the Hungarian writer Béla Balázs, was not initially a success.

Katia Kabanova in Toulon

Káťa Kabanová is, they say, Janáček's first mature opera — it comes a mere 20 years after his masterpiece, Jenůfa.

Peter Grimes in Nice

Nice’s golden winter light is not that of England’s North Sea coast. Nonetheless the Opéra de Nice’s new production of Peter Grimes did much to take us there.

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Performances

12 Dec 2004

Don Carlo a Firenze

Firenze, teatro Comunale. Si rappresenta il Don Carlo nell'edizione in cinque atti, con la ricostruzione dello storico allestimento di Luchino Visconti. A metà del secondo atto il sipario si chiude per il cambio di scena. Mezze luci in sala, Zubin...

Firenze, teatro Comunale. Si rappresenta il Don Carlo nell'edizione in cinque atti, con la ricostruzione dello storico allestimento di Luchino Visconti. A metà del secondo atto il sipario si chiude per il cambio di scena. Mezze luci in sala, Zubin Mehta non abbandona il podio. Il sommesso scambio di chiacchiere in platea e nelle due gallerie si smorza all'improvviso quando un signore con un microfono in mano esce al proscenio e legge un comunicato che grosso modo dice: il teatro fiorentino censura con forza i tagli ai finanziamenti decisi dal governo e, piu in generale, la sempre minor considerazione che ricevono oggi la cultura e soprattutto il teatro d'opera. Ricorda che il teatro stesso è una casa che dà lavoro a centinaia di persone, le quali hanno deciso di rivelarsi al pubblico non con uno sciopero ma mostrando almeno una parte del lavoro che sta "dietro" lo spettacolo che sta andando in scena.

Il sipario si riapre e il cambio avviene a scena aperta. In pochi minuti decine di macchinisti demoliscono la gigantesca tomba di Carlo V nella chiesa di San Giusto e costruiscono al suo posto l'incredibile prospettiva del chiostro, dove Eboli dovrà intrattenere le dame della corte. E mentre giganteschi pilastri gotici si scoprono dipinti su tela e salgono al cielo, mentre calano le arcate del portico e i cipressi che si alzano nel fondo, mentre l'enorme cancellata d'oro che circondava la tomba viene assicurata a funi e fatta letteralmente volar via, scrosciano gli applausi di un pubblico stupefatto e solidale.

Questa imprevista divagazione nella rappresentazione è stata, al di là del suo significato primo e politico, una vera lezione di teatro, un momento che gli spettatori in sala ricorderanno per molto tempo. E, per di piu, incastonato in uno spettacolo straordinario.

Il Comunale di Firenze ha deciso di rappresentare, a giorni alterni e con due cast diversi, la versione in cinque atti e quella in quattro. Come al solito, quando si decide di rappresentare il Don Carlo si finisce sempre per combinare qualche pasticcio col testo utilizzato: evidentemente non basta decidere per una delle diverse versioni disponibili, da quella di Parigi, ovviamente in francese, in cinque atti e col ballo ma con brani eliminati da Verdi dopo la prova generale per accorciare la durata dello spettacolo, a quelle italiane: Bologna 1867, cinque atti col ballo, semplice traduzione in italiano della versione francese; Milano 1884, ridotta a quattro atti; Modena 1886, riportata a cinque atti ma senza ballo. Nel mezzo, altre modifiche apportate in occasione di una ripresa napoletana. Quella rappresentata a Firenze assieme alla versione di Milano (alla quale pero, se ho capito bene, è stata tagliata l'aria del tenore nel primo atto) è stata nella sostanza la versione di Modena ma con l'aggiunta, come si era fatto alla Fenice nel 1973 e alla Scala nel '77, di due dei brani che Verdi aveva tagliato, solo per ragioni pratiche, prima della prima rappresentazione assoluta: il coro di apertura nel bosco di Fointanbleau e il grande concertato in morte di Posa. Brano a cui Verdi teneva evidentemente molto, visto che tolto dal Don Carlos divenne poi il Lacrymosa della Messa di Requiem. Queste contaminazioni fra versioni diverse mi lasciano sempre perplesso. Non sarebbe piu semplice e corretto decidere per una delle possibili versioni autentiche ed eseguirla sic et simpliciter? E, meglio ancora, non sarebbe ora che qualcuno si decidesse a mettere in scena il primo Don Carlos, quello che ando in scena una volta sola alla prova generale dell'opera?

Quante cose si capiscono vedendo, pur con tutte le sue inevitabili approssimazioni rispetto all'originale, questa ricostruzione di uno dei piu celebri allestimenti di Luchino Visconti! Intanto chi non ha l'età per averne fatto esperienza diretta si trova davanti all'immagine evidente di come si faceva spettacolo d'opera fino agli anni Sessanta, e con essa coglie la vera essenza del grande repertorio italiano, il suo essere manifestazione di una cultura popolare che nella grande mogeneizzazione/americanizzazione/standardizzazione di oggi non esiste piu.

Non è facile, adesso, abbandonarsi con atteggiamento "vergine" a queste scene dipinte, a questa assenza di sovrastrutture intellettualistiche, a questo gusto per l'oleografia, a questo modo di fare regia che ha soprattutto due obiettivi che i registi di oggi nemmeno prendono in considerazione. Il primo: concepire movimenti che rispettino le indicazioni del libretto e i suggerimenti dello spartito e raccontino la storia nella maniera il piu possibile chiara e coinvolgente. Il secondo: cogliere le potenzialità spettacolari del libretto e con lui (e non contro di lui o nonostante lui) costruire, per successive aggiunte, quei tableaux vivants che sono una delle caratteristiche drammaturgiche imprescindibili del grand-opéra. Nello spettacolo di Visconti i quadri finali della scena dell'autodafè e del carcere toglievano il respiro tanto erano belli. E realizzati grazie all'ammirevole padronanza della tecnica registica vera, quella che sa muovere e comporre le masse, che sa recuperare i riferimenti figurativi appropriati, che sa cogliere nel testo i suggerimenti per il proprio contributo senza la patetica pretesa di sovrapporre ad esso drammaturgie alternative spesso inconsistenti.

La realizzazione musicale è stata complessivamente di altissimo livello. Non posso purtroppo andare oltre un giudizio genericamente positivo sulla direzione di Zubin Mehta, poiché credo che la mia collocazione nella sala, proprio sopra la banda degli ottoni e le percussioni, abbia falsato parecchio la mia percezione del contributo orchestrale. Immagino che chi stava in posti meno infelici da questo punto di vista abbia sentito un'orchestra molto piu equilibrata di quanto non abbia sentito io.

Al vertice del cast la Eboli di Violeta Urmana e la Elisabetta di Barbara Frittoli. La prima ha un timbro sfarzoso di mezzosoprano unito a una incredibile facilità nel registro acuto che le ha guadagnato vere e proprie ovazioni dopo un trascinante finale di O don fatale. Barbara Frittoli ha una presenza vocale obiettivamente meno consistente, sia per volume che per bellezza del colore. Il personaggio, poi, deve attendere il quinto atto per giocare la sua grande carta. Ma la sua è stata un'Elisabetta giovane, bellissima, piagata e vocalmente impeccabile. Tu che le vanità è stato un momento di grande commozione, anch'esso salutato da un applauso trionfale.

Roberto Scandiuzzi, Filippo II, ha cominciato non bene, con qualche muggito e accenti rudi e poco convincenti, ma è rientrato ben presto nei ranghi e ha fatto un Filippo duro e giovanile, di grande presenza vocale e scenica.

Fabio Armiliato ha dato una prova efficiente, forse non molto approfondita dal punto di vista dell'interpretazione (la fragilità nervosa del personaggio latitava) ma vocalmente sicura e teatralmente disinvolta. Armiliato è un cantante affidabile, che non si strozza negli acuti e recita e interpreta sia col corpo che con la voce. Bisogna dargli atto che senza essere un fuoriclasse ha saputo dare a quest'immensa opera un protagonista efficace.

Meno significativo il Posa dell'ormai onnipresente Carlo Guelfi, statico sia fisicamente che vocalmente e con una discutibilissima e fastidiosa propensione a mettere la voce nel naso. Il timbro, poi, è comune e poco si addice al nobilissimo personaggio di Rodrigo. Gli va dato atto di aver eseguito i molti trilli previsti dalla partitura, o almeno di averci provato. La resa del personaggio, pero, era incompleta.

Nel complesso, comunque, si è trattato di una serata memorabile, nel corso della quale l'immenso affresco verdiano ha ricevuto una realizzazione fra le migliori oggi possibili.

Riccardo Domenichini

Don Carlo will be broadcast by Radio 3 on 16 December at 1800 GMT. Click here for details.

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